Tratto dall’omonimo romanzo di Jeffrey Eugenides, che nei primi anni ’90 (come poi avrebbe fatto in maniera definitiva Philip Roth con “Pastorale americana”) rifletteva sulla spaccatura tra ideale e realtà nella famiglia americana, Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola mantiene a 25 anni dall’uscita una potenza espressiva straordinaria. Dentro vi si trovano il legame della regista con quegli anni ’70 così influenzati dal cinema del padre Francis; l’abbozzo di quella poetica della prigione dorata e dell’alienazione femminile che caratterizzerà il resto della sua opera, compreso l’ultimo Priscilla; ovviamente la riflessione tormentata sul rapporto con una figura paterna – e in generale con una famiglia – impossibili da eliminare.

Sorella di Giancarlo, morto tragicamente a 23 anni (a lui è dedicato Giardini di pietra), Sofia Coppola conosce il dolore della perdita, il senso di stordimento che deriva dal lutto, la voglia, e prima la necessità, di tornare a vivere nonostante tutto. Nel suo film, che adatta alla lettera il romanzo di Eugenides, non cerca spiegazioni psicologiche ai suicidi delle ragazze, a imporsi è soprattutto un sentimento di vuoto che traduce in immagini la sospensione dei sopravvissuti: tableaux vivants di una cultura middle class imbalsamata e senza futuro.

Il giardino delle vergini suicide mette in scena un mondo seducente e terrificante, una cultura dell’accudimento (in una piccola città, dentro case unifamiliari e scuole accoglienti) che sfocia quasi inconsapevolmente nell’oppressione. La luce di taglio, i colori smorti e l’aria asettica esprimono perfettamente un’idea di casa, di comunità e famiglia idealizzata e insieme misera.

Vestiti, poster, canzoni e oggetti anni ’70 sono rappresentati come brandelli di un realismo pronto ad aprirsi a una dimensione inesplicabile. Come già in La vita è un sogno di Linklater (1993), anche nel lungo d’esordio di Sofia Coppola (in precedenza autrice del soggetto di La mia vita con Zoe, episodio del papà di New York Stories, e di un corto, Lick the Star, 1998) offre la visione di un’America già perduta, figlia di un dio minore (un dio travisato da un’educazione religiosa ottusa) e senza bisogno di perdere l’innocenza.

Il film è in programma in Sala Estense giovedì 9 maggio alle 20:45