GREEN IS THE NEW RED, di Anna Recalde Miranda

Martedì 7 ottobre, ore 21:00

fr/py/it/sv 2024 – 105′

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Grazie al sostegno di AGIS e FICE Emilia Romagna

Alla presenza in Sala della regista Anna Recalde Miranda. Modera l’incontro Pietro Perelli.

v.o sott ita

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C’è un filo sottile che lega la paura al controllo, e Anna Recalde Miranda lo tende con precisione chirurgica. Green Is the New Red è un documentario che non si limita a raccontare: interroga, provoca, scardina la narrazione dominante del “progresso sostenibile”. Un film che non parla di ecologia, ma del prezzo dell’ecologia.

L’intuizione della regista è netta: se negli anni Cinquanta essere comunisti significava essere nemici dello Stato, oggi basta difendere una foresta per essere etichettati come estremisti. È un cortocircuito che attraversa paesi e continenti, e che Recalde Miranda esplora con sguardo fermo, senza mai cedere al moralismo o al compiacimento. Le sue immagini non sono mai decorative, ma strumenti di indagine; le voci degli attivisti, spesso spezzate da processi e repressione, diventano la trama di una contro-narrazione urgente.

Nel film si respira la fatica del mondo reale: l’aria greve delle aule di tribunale, le mani sporche di chi semina, i silenzi di chi ha perso la libertà per difendere un’idea. Ma accanto a tutto questo c’è una bellezza ruvida e necessaria — quella dei corpi che resistono, delle comunità che non si arrendono, del gesto collettivo che continua a opporsi alla disumanizzazione del pianeta.

Recalde Miranda costruisce un racconto politico senza slogan, un film dove la tensione morale nasce dalla complessità, non dalla semplificazione. Ogni testimonianza pesa come un documento, ma vibra come un atto poetico. E alla fine, Green Is the New Red ci lascia in quella zona scomoda in cui il cinema torna a essere esperienza civile: dove la visione si traduce in coscienza, e la coscienza in scelta.

Non c’è rabbia, in questo film, ma lucidità. E forse è proprio questa la sua forza più grande: raccontare come il potere reagisca con paura non alla violenza, ma alla coerenza di chi continua a credere che difendere la Terra significhi difendere anche se stessi.