
KNEECAP, regia di Rich Peppiatt
Giovedì 9 ottobre – ore 21:00 – v.o sott ita
Apertura biglietteria 20:30
Prezzo intero 7,00€
Prezzo ridotto 5,00€ (Arci, Coop, Cgil, BlowUp, Unife, Over60, Under12)
Prevendita online con BoxerTicket (+1,00€ddp) QUI
Ci sono film che raccontano un luogo, e film che lo fanno esplodere. Kneecap, diretto da Rich Peppiatt e presentato con grande clamore al Sundance, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È il ritratto di un’Irlanda che non chiede il permesso di esistere, che rifiuta l’immagine da cartolina fatta di scogliere e pub e preferisce raccontarsi nei club fumosi di Belfast, tra bassi che vibrano, versi in gaelico e un’ironia tagliente come una bottiglia rotta.
Il film è una biografia atipica del gruppo hip-hop nordirlandese più discusso e travolgente degli ultimi anni — Mo Chara, Moglaí Bap e DJ Próvaí — che con la loro musica in lingua gaelica hanno trasformato la ribellione in linguaggio universale. Ma Peppiatt non costruisce un semplice racconto musicale: Kneecap è un atto di rivolta, un affresco politico e identitario travestito da commedia punk. La macchina da presa si muove come un complice, seguendo i tre protagonisti dentro un’Irlanda che vive ancora l’eco dei Troubles, tra le ferite del passato e una gioventù che vuole riscrivere le proprie regole.
A fare da colonna sonora c’è la loro musica, un misto di rap, punk e poesia di strada. Ogni beat è un gesto di affermazione culturale, ogni parola in gaelico un modo per dire: “Siamo ancora qui”. Perché dietro il ritmo e la provocazione, Kneecap parla di una lingua — e di un’identità — che sopravvive all’omologazione e alla colonizzazione culturale. E se la lingua diventa un campo di battaglia, il microfono è la loro arma.
Peppiatt filma tutto questo con uno stile che sembra a metà tra il videoclip e il film politico. L’ironia è feroce, la fotografia vibrante di luci e ombre, il montaggio frenetico come un set live. Non c’è eroismo né estetizzazione della povertà, ma un’urgenza vera, un desiderio di raccontare un’Irlanda che esiste solo negli interstizi: quella dei sobborghi cattolici, dei ragazzi che ancora si dividono tra bandiere e siringhe, ma che attraverso la musica cercano una via d’uscita.
E mentre i tre rapper si prendono gioco delle istituzioni, della stampa, dei moralisti e di sé stessi, il film diventa un manifesto di libertà. La loro storia è già leggenda: tra provocazioni, concerti esplosivi e accuse di terrorismo archiviate solo pochi giorni fa — accuse che la band ha liquidato come “l’ennesima prova che la satira fa più paura delle bombe” — Kneecap è oggi il simbolo di un’Irlanda che non si riconosce più nei vecchi confini.
Ma Kneecap non è solo una questione di politica o appartenenza. È una dichiarazione d’amore verso l’arte come strumento di sopravvivenza. È un film che mescola il linguaggio dei videoclip a quello della cronaca sociale, dove la rabbia diventa energia e l’identità diventa ritmo. La sua forza sta nel non cercare di piacere a nessuno, ma nel raccontare una verità: che la libertà, quando è reale, non può essere educata.
Alla fine rimane addosso la sensazione di aver assistito a qualcosa di vivo, imperfetto, necessario. Un film che parla di musica ma anche di confini, di lingue e di futuro. In fondo, come dicono i Kneecap stessi, “la rivoluzione non ha bisogno di traduzione”. E Kneecap è la prova che la lingua del dissenso può ancora far ballare il mondo.
